I-prof

gennaio 17, 2012 § Lascia un commento

 andrea bagni

Mi ha illuminato il mio collega Fratini, veterano della scuola in cui insegno. Io non capivo bene com’è che di colpo, soprattutto fra le insegnanti, erano scomparse le tradizionali borse e cartelle per lasciare spazio a un’ondata di trolley. Aveva cominciato una collega buffa, io pensavo che fosse una sua stramberia, il carrettino per i libri, la prendevo anche un po’ in giro. Invece poi è stata seguita da diverse altre. Un crescendo. Veniva fuori un’immagine bizzarra e un po’ straniante: i corridoi e l’atrio attraversati dal quel sibilo sottile, come la scuola si fosse riempita di gente di passaggio – forse in vacanza, diretta verso un aeroporto, un treno. Improbabili. Tipo un on the road again ma mogio, impiegatizio. Oppure l’immagine era quella di Tom Hanks chiuso e prigioniero nel Terminal di Steven Spielberg: la terra di mezzo, no-man’s-land, fra una patria in cui non si può tornare e il nuovo paese che si chiude allo straniero invadente, sans papier. Nel nostro caso tutto papier. Donne di passaggio cariche di libri, prigioniere della scuola, terra di nessuno.

Ecco, secondo Fratini, è un po’ così, ma non c’è nessun passaggio. Si va avanti e indietro in un non luogo che tende all’infinito, cioè all’eterno. Secondo il mio collega veterano, le colleghe si cominciano a preparare alla longue durèe dell’insegnamento. Al lavoro che più si avvicina alla pensione, più quella si allontana imprendibile, impalpabile come fata morgana. La chiamano riforma dei cicli di vita, come tutta la vita stessa si fosse fatta ciclo scolastico, tre più due, quattro più quattro, secondaria sempre. Modellabile a piacere dai governi. Chissà se ci metteranno anche gli esami d’ammissione. Intanto la scuola diventa un deserto dell’anima e un labirinto da cui non si può uscire, densamente popolato di genti giovanili sempre più estranee nella loro giovinezza immobile. Nemmeno più “finestre” per scappare, come le chiamavano i sindacalisti. Andarsene dalla porta principale, già da tempo impensabile.

Il trolley è risparmio di energie, distillazione del passo, preparazione al lavoro di quando avremo settant’anni. Altro film, horror per carta argento. A giro per i corridoi infiniti come quelli di Shyning, apparizioni macabre di tempi andati, vecchi studenti dispersi tipo Rosso Malpelo, presidi sanguinanti, il vecchio bar per un caffé che non fanno più: solo orzo o ginseng. Da una classe all’altra chi tirandosi dietro il carrello con l’ossigeno, chi (quelli con più punteggio) la flebo. Le compresenze saranno lavoro per le badanti. Il trolley di oggi è la prefigurazione dantesca dell’inferno che verrà. Un gesto, un futuro. Anche le aule dovranno essere attrezzate. Prevedere fra i banchi per gli ultra-docenti, lo spazio per i deambulatori. Uno per classe, accanto al computer e al tablet. Gli studenti con l’ipod, ipad, iphone – il corpo degente con al collo il numero d’emergenza in caso di bisogno: una crisi respiratoria da gesso, la frattura del polso per un colpo vecchio stile sulla cattedra. Il dialogo educativo ridotto all’essenziale, scientifico, Come va prof, come si sente oggi, i dolori, la pressione?

Le giovani insegnanti attuali, con i loro trolley, sono dunque in formazione. Si preparano ad essere iprof coadiuvate da biotecnologie all’altezza. Nel futuro una flebo modello cordless, perché gli studenti non possano giocare a centrare il cannello. Altro precariato, biologico.

E però in fondo i ragazzi e le ragazze ritroveranno nelle classi i nonni e le nonne che non hanno più in casa. E le scuole per noi saranno come delle vivaci case di riposo, con distribuzione della terapia negli intervalli e riposino sdraiati sui tablet. Che allora sarà proprio ricreazione.

Finché un giorno, dalla lavagna, una giovane ragazza nel vortice di gesso ci ricorderà la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.

E sarà la fine.

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